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Valle d’Aosta: la bellezza di queste montagne si identifica per molti con l’abbagliante urlo della roccia e del ghiaccio. La “mia” Valle d’Aosta esprime il suo fascino con un sussurro che talvolta sfugge a chi insegue la vetta. Si nasconde nell’ansa di un ruscello, l’acqua colpita dalla luce radente della sera, o nei colori autunnali di larici e di abeti sempreverdi. La visuale dei ghiacciai e dei 4000 si abbraccia, completa nella sua imponenza, quando si stagliano lontani sopra alle cime minori che li contornano, quando il bianco luminoso della neve contrasta con le ombre sfumate dei boschi.
Val d’Ayas: un balcone affacciato sulle Alpi Occidentali. Non ci sono limiti al dispiegarsi di vette e crinali che sfumano su piani sempre più lontani fino a svelare la massiccia presenza del monte Bianco. Aosta si espande sotto la massa scura dell’Emilius, la Dora Baltea scorre nella stretta pianura illuminata dall’altima luce del sole, dietro, bianco, il Gran Paradiso, poco più in là il ghiacciaio del Rutor. Lo sguardo si sposta e si posa sulle morbide nevi del Monte Rosa, colorate dallll’ultimo sole, sull’eleganza del Cervino e delle Grand Murailles.
Nella fotografia il mezzo per cogliere queste immagini di grandiosi panorami, ma anche di minimi dettagli: ricami di neve, bolle d’aria nel torrente ghiacciato, angoli remoti della valle, scoperti quasi per caso.
Il presente ma anche il passato, negli humeaux di Mascognaz, di Cuneaz, e del Crest, oggi luogo di accesso alle piste di sci del comprensorio di Monterosa Sky. Quanti tra coloro che scendono dalla cabinovia e si avviano verso gli impianti hanno mai visitato il vecchio Crest e Frantze, piccoli agglomerati di case affacciate sul fitto bosco che scende fino a Champoluc? Quanti sanno che in un antico rascard di Frantzè, i vecchi tronchi di legno coperti di fasci di erbe messi a seccare, abita sola, durante tutto l’anno, la Dina? Oggi forse riceve il saluto di qualche turista curioso che la riconosce dalle splendide foto di Marco Spataro. la prima volta in cui l’ho incontrata era sera e stava montando un bel temporale, il cielo scuro, color indaco, e tuoni ancora lontani. Mi è comparsa all’improvviso davanti. sul sentiero nei pressi della sua casa: camminava curva, portando sulle spalle del fieno, un viso di altri tempi. Tempi in cui in questi villaggi non abitava ormai più solo la Dina. D’estate le malghe e il lavoro dei campi, cresceva la segale e il frumento. Durante l’inverno, ore impiegate a costruire qualche manufatto, con il legno preso nei boschi. Ho voluto provare, ho cercato di imparare la tecnica dell’intaglio a punta di coltello, ho fatto qualche semplice mobile che serviva in casa, taglieri, portachiavi. Un rosone dopo l’altro ci ho preso gusto. E’ bello vedere il materiale che cambia forma sotto le proprie mani, mai uguale, sempre originale una volta dopo l’altra.
E infine: i rascards. Queste case costruite secondo il modello importato dai Walser sono incredibilmente razionali nella loro struttura e nello stesso tempo romantiche nel loro aspetto, con i “funghi” messi lì a impedire le razzie dei topi nel fienile. Tanto è il fascino che emanano che mi verrebbe voglia di saperle costruire. Un’idea che si è tradotta nei quadri che riproducono alcuni angoli di quegli antichi borghi. Ma l’immagine non è resa dalle sfumature di colore. E’ veramente costruita, perchè ho usato le medesime tecniche e gli stessi materiali di quelli autentici: pietra e legno.